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« Riti, miti e leggende di Sardegna

Fuoco di luna


E’ chiamato “focu ‘ e lunas” oppure “focu ‘ e luna”, fuoco della luna. Si usava in genere il plurale per indicare le fasi lunari, cioè Persefone nel suo triplice aspetto di luna crescente, luna piena e luna calante.
Per guarire perfettamente erano necessarie almeno tre settimane, perché la luna doveva compiere il suo ciclo. Nell’interlunio la cura non era efficace.
I guaritori di questa malattia facevano scaturire delle scintille da una pietra focaia battuta con un acciarino che terminava a forma di ascia lunare, simbolo di potere.
Le scintille cadevano sulla pelle arrossata e il paziente sentiva un immediato sollievo. La cura aveva tutto il sapore d’un rito e tale doveva essere, infatti i requisiti richiesti per poter curare questa malattia non era facile possederli. La cura doveva essere fatta da un uomo che fosse il primo o l’ultimo di sette fratelli maschi, oppure da un pastore che avesse tutto il gregge con lo stesso marchio o da un uomo ”chi appat fattu una morte pubblica”, che avesse cioè ucciso pubblicamente una persona.
Essere primo o ultimo di sette fratelli maschi comportava il diritto di primogenitura o di ultimogenitura, la cui perfezione era coronata dal numero sette, numero sacro.
Avere tutto il bestiame con lo stesso marchio escludeva bestie accumulate con rapine e rimandava necessariamente ad una persona benestante che avesse un ricco patrimonio tramandato per eredità. Questo tipo di società era presente nell’antichità e ne troviamo i riscontri nell’Antico Testamento.
La terza condizione per poter eseguire questa terapia era quella di aver ucciso pubblicamente una persona. Si sa che gli assassini non erano graditi agli uomini e tanto meno agli dei, perché le Erinni li perseguitavano col rimorso. L’unica morte pubblica accetta agli dei e agli uomini era il sacrificio, ed è a questo tipo di morte che sicuramente il rito si riferiva.
Aver fatto ”una morte pubblica”significava dunque aver sacrificato agli dei in un luogo pubblico, prerogativa, questa, che spettava ai sacerdoti che durante le cerimonie sacrificavano davanti al popolo, perciò la tradizione, nel pore queste condizioni, sembrerebbe rimandare agli antichi sacerdoti che erano anche depositari della medicina.
A Nuoro l’herpes Zoster non apparteneva a Sant’Antonio, ma a S. Marco. Scrive la Deledda:”il fuoco di S. Marco dovrebbe essere una malattia speciale, una specie di eruzione cutanea…Nessuna medicina può guarirlo tranne questa: un pastore vaccaio…che sia nello stesso tempo pastore e padrone delle vacche e non divida con nessuno il prodotto, deve battere l’acciarino per tre volte sulle parti malate, in modo che le scintille sfiorino la pelle. Non si dice alcunaorazione né si esegue alcun segno, ma bisogna restare nel massimo raccoglimento ed avere molta fede. La pietra per batere l’acciarino è quasi sempre la selce… Questa operazione dicesi: iscudere su focu ‘e Santu Marcu,battere il fuoco di San Marco”. Etimologicamente margos significa folle, furioso, e pertanto appare chiaro chi si cela dietro questo nome.



Bibliografia:
Maschere, miti e feste della sardegna


Autore:
Doleres Turchi


Newton Compton editori

28/04/2006

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ANGUILLE MARINATE CON MENTA E PATATE

Difficoltà = Media difficoltà
Ricetta per 4 persone

Ingredienti:

800g di anguille
1 ciuffo di menta
600g di patate novelle
2,5 dl di olio extravergine d'oliva
1 cipolla
3 spicchi d'aglio
4 dl di aceto di vino bianco
3 foglie di basilico
2 foglie di alloro
1 limone
1 mazzetto di prezzemolo

Preparazione:
Su un tagliere, o su un piano di lavoro, pulite le anguille estraendo le interiora, lavatele sotto l'acqua corrente e tagliatele a pezzi di circa 10cm di lunghezza.

In un tegame scaldate 2 dl d'olio e fatevi rosolare la cipolla sbucciata e tritata insieme con l'aglio, pelato e schiacciato; non appena il soffritto comincia a imbiondire, aggiungete l'aceto e lasciate sobbollire per almeno 5 minuti, poi profumate con le erbe fresche ben lavate, asciugate, tritate e continuate cuocere per qualche minuto prima di spegnere la marinata.

In un tegame di terracotta abbastanza alto sistemate i tranci di anguilla, copriteli con la marinata. Lasciate insaporire, coprendo con un telo da cucina, almeno per 4 giorni, quindi servite con un contorno di patate novelle, cotte al vapore e condite con il resto dell'olio, il succo di limone e il prezzemolo lavato e tritato.