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« Riti, miti e leggende di Sardegna

Dionisio rinasce


Durante la siccità, la statua del santo veniva portata in processione nelle vicine campagne e se Isidoro mandava la pioggia si diceva:

S’acqua de marzu e de abrili

balli prusu de su cocciu de su rei Davidi.


“l’acqua di marzo e aprile valle più del cocchio del re Davide”


Qui il detto è riferito a sant’Isidoro, ma secondo alcune leggende è attribuito a sant’Andrea, dei santi che si equivalgono anche nell’iconografia, che li rappresentava con gli stessi attributi. Entrambe le statue portavano un tempo un bue ai piedi ed entrambe erano vestite di rosso, il colore necessario per la vegetazione. Questo proverbio agricolo, abbastanza noto in Sardegna, richiama una leggenda ove si accenna alla resurrezione di Dioniso che nella mitologia greca è narrata in varie maniere. Secondo alcuni mitografi Zeus inghiottì il cuore di Dioniso che Atena era riuscita a portare in salvo quando i Titani sbranarono il fanciullo e da questo organo rigenerò il figlio in Semele. Secondo un’altra versione il cuore fu ridotto in poltiglia e in una pozione fu dato a Semele che, da vergine, concepì Dioniso. Questa seconda versione ricorda molto da vicino una leggenda sarda riferita dal Ferraro che l’aveva udita da una vecchia di buschi: “Sant’Andrea fu pescatore e gran ladro. Spogliava i passeggeri e li assassinava; però da ultimo fu preso, squartato e bruciato vivo. Il suo cuore non bruciò, ma si trasformò in una mela che rimase tra la cenere. Il primo giorno di quaresima, due ragazze uscite di casa per andare a far legna nei boschi, videro il pomo e corsero a prenderlo. Quella che arrivò seconda ne pretese la metà, ma la prima gliela rifiutò. La compagna, indispettita disse: “Tu ci incappi (nella malia) e tu stacci. Dio ti guardi dalla malia”. La ragazza portò il pomo a casa e lo chiuse nella sua cassa per dare odore alla biancheria. Dopo molto tempo, avendo veduto che la mela non era ne fradicia né infiappita, ne ebbe gola e le diede un morso. Dopo parecchi mesi, riaperta la cassa, vide la mela col segno del morso, ma saldata ed intera. Questa volta la zitella mangiò tutta la mela. La malia allora fecce il suo effetto e la ragazza si ritrovò incinta. La famiglia ne fu inconsolabile e la ragazza più di tutti, perché immeritatamente aveva le beffe delle compagne e dei giovanotti. Partorì a suo tempo e tenne con se lo spurio, che presto crebbe in sapere ed in bellezza, sicché era accarezzato da tutti. Il re del paese dei Mori, prima di vendere il carro ed il palazzo del re Davide ordinò che tutti lì andassero a stimare per fissare il prezzo. Il nonno di Andrieddu (del piccolo Andrea) andò con gli altri, ma benché egli ordinasse al nipote di stare a casa, questi scappò e andò in piazza. Ivi era una focaia, sulla quale Andrieddu salì. Nessuno degli accorsi seppe o volle stimare il carro ed il palazzo di Davide. Allora Andrea interrogò il popolo: “ebbene, quanto vale il carro d’oro del re Davide?”. Nessuno rispose. “Ebbene quanto vale il palazzo del re Davide?” Silenzio daccapo. Allora disse: “E a mimmi a mi lassades allegare?” (E a me lasciate dire il mio parere?) “E naralu tue amus a ridere.” (e dillo tu, vedremo.)

Allora Sant’Andrea:


Bale prus s’abba ‘e Maju e Abrile,

chi no su carru ‘e oro ‘e su re davide.

Bale prus s’abba de Abrile e martu

Chi no su carru ‘e oro e tottu su palattu.


“Vale più l’acqua di maggio e aprile che non il cocchio d’oro del re Davide. Vale più l’acqua di aprile e marzo che non il cocchio d’oro con tutto il palazzo.”


e detto ciò salì al cielo”.


La leggenda raccolta dal Ferraro un secolo fa dimostra come in Sardegna fosse conosciuto il mito di Dionisio e come fosse presente tra gli agricoltori. Un po’ dovunque è rimasto il detto “val più l’acqua di marzo e aprile…” e ciò dimostra che anche la leggenda da cui trae origine era abbastanza nota. L’impegno profuso nell’emendare gli ultimi residui di paganesimo che ancora erano evidenti nel XVII secolo, ha spazzato via o trasformato radicalmente queste credenze.
Alcuni tratti della versione riportata dal Ferraro non lasciano dubbi sulla rinascita di Dionisio-Zagreco, come veniva chiamato a Creta, nonostante Andria abbia preso l’epiteto di santo. La leggenda, pur riconoscendo carattere divino a Sant’Andria, lo dice ladro perché spogliava e assassinava “sos Istranzos”, gli stranieri. In seguito è ancora più eloquente: egli stesso fu preso, squartato e bruciato vivo. Il verbo squartare allude sicuramente allo smembramento che il dio subì e il cuore che non brucia è un chiaro riferimento a Dionisio, anche se in epoca successiva, per rendere più verosimile il fatto che l’avesse mangiato una vergine, si aggiunse che questo si trasformò in una mela. Un altro particolare molto importante sta nel fatto che il cuore divenuto pomo fu raccolto il primo giorno di quaresima, vale a dire il mercoledì delle ceneri, l’indomani del rogo di tutti i fantocci comunemente chiamati Giorni. Nella leggenda Andria rivela la sua vera identità appollaiato su un albero di fico (il fico, come la vite, era sacro a Dioniso), convincendo il pubblico che val più l’acqua di marzo, aprile e maggio di quanto non valgano le ricchezze di un re. Evidenzia quindi il suo carattere pluviale e divino, perché detto questo, sale al cielo.



Bibliografia:
Maschere, miti e feste della sardegna


Autore:
Doleres Turchi


Newton Compton editori



24/03/2006

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Ricetta del mese
ANGUILLE MARINATE CON MENTA E PATATE

Difficoltà = Media difficoltà
Ricetta per 4 persone

Ingredienti:

800g di anguille
1 ciuffo di menta
600g di patate novelle
2,5 dl di olio extravergine d'oliva
1 cipolla
3 spicchi d'aglio
4 dl di aceto di vino bianco
3 foglie di basilico
2 foglie di alloro
1 limone
1 mazzetto di prezzemolo

Preparazione:
Su un tagliere, o su un piano di lavoro, pulite le anguille estraendo le interiora, lavatele sotto l'acqua corrente e tagliatele a pezzi di circa 10cm di lunghezza.

In un tegame scaldate 2 dl d'olio e fatevi rosolare la cipolla sbucciata e tritata insieme con l'aglio, pelato e schiacciato; non appena il soffritto comincia a imbiondire, aggiungete l'aceto e lasciate sobbollire per almeno 5 minuti, poi profumate con le erbe fresche ben lavate, asciugate, tritate e continuate cuocere per qualche minuto prima di spegnere la marinata.

In un tegame di terracotta abbastanza alto sistemate i tranci di anguilla, copriteli con la marinata. Lasciate insaporire, coprendo con un telo da cucina, almeno per 4 giorni, quindi servite con un contorno di patate novelle, cotte al vapore e condite con il resto dell'olio, il succo di limone e il prezzemolo lavato e tritato.